riflettore

spotlight

Riflettore, si riflettore è la traduzione letterale di Spotlight, qualche riflessione dopo averlo visto proprio il giorno in cui è diventato vincitore del Premio Oscar la voglio fare su un film intenso e teso. Ho scelto questi aggettivi per descrivere questo film che segue i classici dettami del cinema americano sulle inchieste giornalistiche tipo Il caso Watergate o polizieschi di cui sono pieni i palinsesti televisivi italiani.

Intenso, perché innervato di tensione psicologica dal primo all’ultimo fotogramma. Teso, perchè tende i nervi di noi cattolici sul filo proprio di una crisi di nervi. In uno dei dialoghi alla base del racconto balena questo dato sconvolgente: il 50 percento dei preti cattolici non rispetta il voto di castità. Non voglio addentrarmi in analisi circa questo dato, ma una riflessione tocca a noi tutti che, crocianamente, non possiamo non dirci cristiani, badate Benedetto Croce diceva cristiani non cattolici.

Lascio raccontare la genesi del film a Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post dal 2013 ed ex direttore del Boston Globe all’epoca dell’inchiesta sui preti pedofili di Boston da cui è tratto “Il caso Spotlight”:

Di solito cerco di seguire con attenzione la cerimonia degli Oscar – o almeno di rimanere sveglio – senza riuscirci. Domenica prossima però lo sforzo sarà compensato da un ovvio interesse personale. E poi sarò seduto al Dolby Theatre di Los Angeles, dove si terrà la cerimonia.

Il caso Spotlight ha portato al cinema i primi sei mesi dell’indagine del Boston Globe che nel 2002 ha reso pubblici gli abusi sessuali seriali di alcuni preti dell’arcidiocesi di Boston, occultati per decenni. Liev Schreiber interpreta la mia parte: il nuovo direttore del Boston Globe che ha dato il via all’indagine. Nel film sono un personaggio imperturbabile, senza senso dell’umorismo e un po’ burbero che molti colleghi hanno riconosciuto immediatamente («Sei tu!»), ma non del tutto familiare per i miei amici più stretti. Lo scandalo svelato dai giornalisti investigativi del Boston Globe finì per assumere una portata globale. Quattordici anni dopo, la Chiesa cattolica, come è giusto che sia, sta ancora rispondendo del modo in cui ha tenuto segreti reati così gravi e di tale portata e dell’adeguatezza delle sue riforme. Il film è stato nominato a sei Oscar, tra cui quello per il miglior film. E – al diavolo l’obiettività giornalistica – spero li vinca tutti quanti. Mi sento in debito verso tutte le persone che hanno lavorato al film, che racconta con incredibile autenticità come il giornalismo viene fatto, e spiega tra le righe perché è necessario. Domenica verranno assegnati dei premi, ma per me la vera ricompensa saranno le gratificazioni che verranno da questo film, e che ci vorrà tempo per osservare.

Le gratificazioni arriveranno se il film funzionerà sul mondo del giornalismo, perché i proprietari, gli editori e i direttori dei giornali tornino a dedicarsi al giornalismo investigativo; sul pubblico scettico, perché i cittadini riconoscano la necessità di un’attività giornalistica locale energica e di organizzazioni giornalistiche forti. E su tutti noi, rendendoci più disponibili a dare ascolto a chi non ha potere e troppo spesso neanche voce, come le vittime di abusi sessuali o di altro tipo.

Al di là del successo di critica, Il caso Spotlight ha già raggiunto un risultato importante: attraverso email, tweet e post su Facebook, molti giornalisti si sono detti ispirati, rinfrancati, e legittimati dal film. Non esistono questioni poco importanti in questa professione così ammaccata. Abbiamo subito i traumatizzanti effetti finanziari causati dalla diffusione internet, e siamo stati criticati da praticamente chiunque, soprattutto da politici in campagna elettorale che ci hanno definito come «feccia». Un giornalista mi ha scritto che «la storia che ha ispirato il film è un fantastico promemoria del perché molti di noi hanno iniziato a fare giornalismo e perché hanno continuato a farlo nonostante i momenti difficili e i colpi subiti durante il percorso». Un altro giornalista di un’importante testata americana ha detto di essere andato al cinema con tutta la famiglia e che i suoi figli «all’improvviso pensano che io sia figo». La reazione di alcuni editori è stata particolarmente rincuorante: un editore in California ha affittato un intero cinema per far vedere il cinema a tutti i dipendenti del giornale. Un altro mi ha scritto su Facebook: «Tu e la squadra di Spotlight mi avete ridato l’energia per trovare un modello di business che sostenga questa professione fondamentale». La cosa che mi ha gratificato più di tutte sono state le parole di sostegno da parte del pubblico. «Ho appena visto Il caso Spotlight», mi ha scritto una persona su Twitter, «il film mi ha ricordato quanto bene possa fare il giornalismo ostinato».

Chi vuole leggere l’intero articolo può farlo  cliccando qui: Cosa pensa di “Spotlight” il vero direttore del Boston Globe.

Concludo dicendo che nella sala cinematografica dove ho visto il film, sui titoli di coda si è scatenato un applauso discretamente torinese, posso assicurarvi che non capita spesso.

 

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