frammenti di storie

Una nuova speranza

“Che posto desolato questo!”

C-3PO si guardò cauto alle spalle, dove il guscio spuntava dalla sabbia. I suoi grovigli elettronici erano ancora sottosopra per il brusco atterraggio. Atterraggio! Chiamarlo così era un complimento esagerato per il suo incosciente compagno. Come siamo finiti in questo pasticcio proprio non lo so. Sembra che siamo fatti per soffrire, è il nostro destino nella vita. Devo riposarmi se no cado a pezzi. Ho le giunture quasi congelate. Che posto desolato questo! Ma dove credi di andare? Io non ci vado da quella parte. Di là è troppo scosceso, di qua è molto più facile. Cosa ti fa pensare che quella parte sia abitata? Non andare sul tecnico con me. Quale missione? Di che stai parlando? Ne ho proprio abbastanza di te. Vai, vai da quella parte. Andrai in avaria entro un giorno, mucchio di rottami miope. E non farti pescare a seguirmi o a pregarmi di aiutarti, perché non lo farò. Basta con le avventure! Non ci vengo da quella parte! Quella carognetta dal funzionamento difettoso. È tutta colpa sua. Mi ha convinto con l’imbroglio a venire da questa parte, ma di là non gli andrà meglio. Aspetta. Cos’è quello? Un trasporto? Sono salvo. Da questa parte! Ehi! Aiuto! Aiuto! Per piacere! Aiuto!

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Luì

Luì e l’arte di andare nel bosco (Guido Quarzo)

La città era piena di rumore: era sempre più difficile parlare e ascoltare. E poi c’era il bosco silenzioso. Ma nel silenzio del bosco ci si perdeva. Chi non sopportava il rumore della città andava nel bosco, e il silenzio se lo portava via. Così si sparse la voce che nel bosco c’era un orco. Furono mandati soldati e anche quelli sparirono. Quando Luì il matto arrivò in città, trovò rumore e musi lunghi. Qualcuno gli raccontò la storia di quelli che sparivano nel silenzio e a Luì venne una gran voglia di fare una passeggiata nel bosco. Ma capì che era necessario studiare la lingua del vento e della pioggia, dei sassi, del legno e della terra. E dopo tanto studiare Luì inventò uno strano bastone che faceva un rumore dolce ad ogni passo. Tric trac, fran fran troc. Così il bosco non era più tanto silenzioso. Poi, le forme degli alberi e della terra tentarono di ingannarlo. Ma Luì con il suo coltellino intagliò il legno e raccolse pietre, e legò rami e fece balene orchi elefantesse. Le illusioni del bosco silenzioso diventarono cose da toccare e tutti quelli che si erano perduti incominciarono a saltare fuori come funghi. Da quel giorno tutti i bambini vollero i bastoni sonori di Luì per non perdersi nel silenzio e nel rumore. E quando chiesero a Luì che nome dare ai suoi bastoni, egli disse: chiamateli sonagli. E così fu.

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«Sedicenne, rispose intrepido al richiamo della Patria per la liberazione del popolo oppresso. Partigiano valoroso, primo tra i primi, partecipò a numerose azioni di guerriglia infondendo a tutti coraggio, emergendo per ardimento e guadagnandosi la stima dei compagni che lo vollero comandante di squadra. Arrestato, per delazione, dalla polizia nazifascista e sottoposto a snervanti interrogatori durante i quali venne più volte percosso, mantenne sempre fiero il silenzio, salvando così la vita a numerosi compagni. Rilasciato per la sua giovane età, risalì le valli tanto amate riprendendo con maggiore ardore la dura lotta e rifulgendo per indomito coraggio. Inviato a Torino per una importante missione veniva nuovamente arrestato con il suo comandante ed un compagno. Per salvare i fratelli di fede, si addossava la responsabilità di azioni punitive contro spie fasciste, accettando serenamente la condanna a morte. Cadeva sotto il piombo nazifascista, fiero di essere partigiano della libertà. Fulgido esempio di cosciente valore, dì altruismo e di piena dedizione alla causa della libertà.»
— 10 luglio 1947[1] Renzo Cattaneo (partigiano)

Segre

«A quei giovani era stato impedito di vivere la loro giovinezza, spostati di colpo, tra episodi di violenza e scene di orrore, dall’adolescenza innocente alla consapevolezza desolata della maturità. Vecchi dunque senz’essere stati giovani […]. Se è vero che dopo i quarant’anni, al nostro intimo riappare la vita passata e bruciano in un arrière-goût rimorsi, ingiustizie e sacrifici, cosa diranno, cosa faranno quegli uomini defraudati della loro giovinezza?». Nel settembre 1944 Bruno Segre, giovane antifascista torinese, viene arrestato e recluso nella famigerata caserma di via Asti e di lì, poi, alle Carceri Nuove. Due anni dopo scriverà la storia della sua prigionia in questo memoriale rimasto inedito, dipingendo un affresco della repressione, e dell’umanità che l’ha subita. In queste pagine si legge una storia di italiani: fascisti e partigiani, gente comune, uomini e donne meschini e brutali, buffi, arroganti, geniali, insignificanti, solidali, doppiogiochisti, eroici, talvolta loro malgrado. Questo racconto ci ricorda come, settant’anni fa, da molti – collaborazionisti, “attendisti”, vittime – le brutali persecuzioni e l’esperienza della prigionia fossero vissute come normali.

Bruno Segre. Nato a Torino il 4 settembre 1918, a ventiquattro anni conosce l’esperienza del carcere per “disfattismo politico”, prima di essere nuovamente arrestato nel settembre 1944. Liberato grazie all’intercessione dei familiari, partecipa alla Resistenza. Da giornalista diventerà avvocato, impegnato nella difesa dei diritti civili, della giustizia e della laicità: nel 1949 – anno in cui fonda il mensile “L’incontro” – inaugura con la difesa del primo obiettore di coscienza in Italia e con la battaglia per l’introduzione del divorzio, una lunga stagione di lotte legali, politiche e culturali. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, vicepresidente della Società per la Cremazione di Torino e presidente della Federazione provinciale dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti.

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borges

Cosa c’entra Carlo Levi con il generale catalano José Borges? Qualcuno penserà all’unico riferimento diretto allo spagnolo che Levi fa nel “Cristo”, laddove – descrivendo la valle del Sauro – scrive: «Dopo Stigliano si scende alla valle del Sauro, con il suo grande letto di sassi bianchi, e il bell’uliveto del principe colonna nell’isola dove un battaglione di bersaglieri fu sterminato dai briganti di Boryes che marciavano su Potenza». Lo scontro indicato è in effetti quello dai più conosciuto come battaglia dell’Acinella, avvenuto il 1° novembre del 1861.
Ma vi è di più, molto di più, e quello che c’è sta a dimostrare tanto il rigore narrativo di Levi, quanto la veridicità degli scritti dello spagnolo: è il passo nel quale parla del “barone di Collefusco”, pseudonimo sotto il quale Levi ha celato don Luigi Materi di Grassano, originario di Cosenza, la cui famiglia, approfittando come tanti (per ironia della sorte) dell’eversione della feudalità dal 1806 prima e dall’acquisto/usurpazione dei beni ex feudali, ecclesiastici e demaniali poi, arrivò ad essere una delle maggiori famiglie latifondiste del materano e dintorni. Il passo merita di essere riletto, anche per le molte riflessioni che provoca «Anche il barone di Collefusco, il padrone di tutte le terre qui attorno, il proprietario del palazzo sulla piazza, chi è? Lui sta a Napoli, si sa, e da queste parti non ci viene mia. Non lo conosce? I baroni di Collefusco sono stati, di nascosto, i veri capi del brigantaggio, nel ’60, da queste parti. Erano loro che li pagavano, che li armavano». Mi si obietterà: «d’accordo, Levi coglie nel segno del fenomeno dei tanti manutengoli che fomentarono e sfruttarono a loro tornaconto il ribellismo contadino, ma con Borges che “c’azzecca”? E , invece, a leggere il diario di Borges, c’entra eccome! Lo spagnolo, mentre, provato e sconfitto, puntava su Napoli: è il 18 ottobre 1861, «mi metto in marcia- scrive Borges – senza guida, come ieri, per seguire, benché a tentoni, la direzione di Napoli». Nel bosco di Lagopesole entra proprio in contatto con il brigante Serravalle che gli dà notizia della presenza in zona di una formazione consistente di rivoltosi («alcuni nostri soldati giungono e mi dicono che a 8 miglia da qui si trovano mille uomini agli ordini di Carmine Donatello, antico caporale». A collegare don Luigi Materi con Borges non è un riscontro diretto nei diari, ma un appunto contenuto nella prima pagina del secondo taccuino di Borges: proprio il nome del latifondista, appuntato frettolosamente. 

Valentino Romano su Facebook

 

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