Emilio Notte pittore

https://wordpress.com/page/losmemoratodicollegno.wordpress.com/2305

Nato a Ceglie Messapica, ma formatosi in Toscana, allievo di Fattori e De Carolis, Emilio Notte entra subito in contatto con gli ambienti lacerbiani, anche se non lega molto con Soffici, e nel 1916 lo troviamo, sia pure in posizione minoritaria e distinta, nel gruppo de L’Italia Futurista, la cosiddetta «Pattuglia azzurra» che surrogò a Firenze la defezione di Papini, Soffici e Palazzeschi dal Futurismo e diede vita al «secondo Futurismo fiorentino» (da non confondere col Secondo Futurismo tout court, che parte dagli Anni Venti).

Il ricordo di Emilio Notte intrecciato con un evento doloroso dell’autore.
L’ultimo anno
di Francesco De Simone, Guida Editori, 2005

Adesso che il peggio è passato ti godrai per qualche giorno la casa, poi andremo in clinica per le ultime cure necessarie alla totale guarigione.
Cercavo, così, ingannandoti, di darti coraggio e, nel contempo, di anticiparti il trasferimento – che sa­rebbe avvenuto dopo qualche giorno – in clinica.
Non rispondesti.
Dopo le persone, incominciasti a guardare le cose: i mobili, gli oggetti d’argento posti nella antica vetrina, la Natività, i quadri. Dagli occhi sgorgarono lacrime, che con riservatezza soffocasti, guardando il Cristo “vietnamita” e la pietà di Emilio Notte.
Un bambino senza vita, le braccia scheletriche, penzolanti dalle spalle, come una cordicella, una camiciola bianca il volto privo di espressione, senza occhi, è appoggiato come un fagotto sulle gambe della madre. La donna, il viso grigio emaciato, con amorevole abbandono guarda il cadaverino steso sulla schiena, con occhi che piansero ma che sono asciutti, come se mai avessero pianto. Lei vive e guarda stupita il suo bambino che non vive. E’ una scena molto triste, un quadro che ha sempre destato contrastanti sentimenti: il confine tra la vita della madre e la morte del figlio è opaco, confuso. C’è più morte nella vita o più vita nella morte? Si vive per morire o si muore per incominciare a vivere? Guardavi con fissità il quadro.
Non so se pensavi alla linea sfumata tra quanto ancora ti restava della vita e la morte o se pensavi al fondamento del tema che l’autore ci aveva descritto.
Conoscemmo Emilio Notte negli anni ’70, per puro caso. Un vecchio biblico, agli sgoccioli della vita ma ancora con grande vitalità: occhi celesti spiritati,una lunga barba bianca da patriarca, abiti dimessi,anticonformista, il mezzo sigaro sempre tra le labbra. Si creò subito una istintiva attrazione.
I discorsi sulle scuole, sullo studio, sulla ricerca e sull’impianto del quadro, sul gioco dei volumi riferiti all’arte – che secondo me è proiezione del sentimento e non complesso di regole e tecniche – li ho sempre contestati: fatti da lui, sembrava sminuissero il valere dei suoi dipinti e ne attutissero l’emozione. Le riunioni, alle quali partecipavano poche altre persone, divennero per me suggestive quando le conversazioni si spo­starono sul senso e sull’impegno delle proprie azioni. Si determinò tra noi una piacevole dialettica tra la sua tesi illuministica, che della filosofia della vita af­fermava l’esclusivo predominio della ragione e la mia che riteneva conciliabile l’ambito razionale con quello ideale e sperimentale. Anche se l’ho sempre privilegiata, non ho mai concepito la ragione ege­monica e totalizzante l’intero universo, dovendo essa ineludibilmente conciliarsi con altre testimonianze di vita. Lui era di avviso contrario.
Ricordo, ora, gli episodi più salienti della sua vita confidati in quei pomeriggi che ci videro nel suo stu­dio: il duello a spada fatto nel primo novecento; le polemiche successive alla sottoscrizione del Manife­sto del Futurismo; l’amicizia con Boccioni, Balla, Severini; l’approdo al cubismo. Non ci parlò mai della terribile fine della moglie, tragedia che lo portò alla pittura detta Crocifissione, delle pietà, delle Mater­nità, opere il cui tema fondante è il dolore. Lo stesso dolore che lo colpì come uomo e come artista, dolore che trova la sua origine nello strazio dell’umanità che soffre: chi più di un Cristo, spezzettato sulla croce, o di una madre, con volto smagrito e corpo di­sarmonico, possono testimoniare l’umana fragilità e la sofferenza che uccidono l’anima ancor prima del corpo?
Ecco, solo ora mi rendo conto che quel pomerig­gio che tornasti a casa nel fissare il Cristo e la madre, col figlio morto sulle gambe, forse pensavi che la sofferenza e la disperazione ancor prima che nel corpo ti avevano causato già la morte interna. Perciò, forse, i tuoi occhi si velarono di lacrime …
L’immagine è la “Crocifissione”, una delle opere donate nel 1976 da Emilio Notte alla sua città natale, Ceglie Messapica, ed è esposta nella galleria d’arte moderna che porta il suo nome.