Zi’micchio

 

Intorno al 1939 Cosimo cadde dall’ulivo mentre, col fratello Felice di un anno più vecchio, giocava all’acrobata. Aveva sei anni e ancora non sapeva che la banale frattura che si era procurato al femore della gamba destra, lo avrebbe fatto soffrire per il resto della vita.

Passò la guerra coi suoi fuochi d’artificio sul porto di Taranto; li guardavano curiosi, dall’alto del trullo di contrada giuvannieddh. Altre tre sorelle ed un fratello erano arrivati ad aumentare la famiglia, altri trulli l’avevano ospitato nei lunghi mesi dopo l’inverno.

Contrada cutugn e contrada piaton lo avevano poi visto giocare col nipotino Giacomo, figlio del fratello Felice suo compagno di giochi di una volta. Periodicamente il dolore alla coscia della gamba destra, piagata dalla ferita mai richiusa di quella lontana frattura, lo prendeva e ne spegneva la gioia di vivere. Passata la crisi il suo carattere solare riprendeva il sopravvento e Giacomo tornava a sorridere ed a pendere dalle sue labbra. Durante gli assolati mesi estivi, i suoi mitici racconti incantavano Giacomo, all’ombra dell’albero di mandorlo che l’edera aveva trasformato in una freschissima oasi. Allevavano insieme coniglietti bianchi e neri che ghiotti d’erba verde o secca, muovevano incessantemente i loro teneri musetti, mentre Giacomo si divertiva ad imitarne le movenze.

La caccia ai cardellini con lo specchietto d’acqua era il gioco più emozionante. Scavavano nella terra una buca grande abbastanza da contenere una buatta usata, riempita fino all’orlo di acqua del pozzo. Intorno al liquido specchietto, un semicerchio di terra battuta privo di ostacoli: via pietre, rametti secchi, gusci di lumache. Zi’micchio insegnava a Giacomo come tenere in bilico, su uno zippo di mandorlo da lui predisposto, una chianca simile a quelle usate per costruire i coni dei trulli. La chianca incombeva sullo specchio d’acqua; una cordicella veniva assicurata al rametto e nascosta a filo di terra, nel tratto ripulito, l’altro capo stretto nella manina di Giacomo. Andavano, eccitati, a nascondersi dietro un riparo di sciaje già pronto all’ombra di un vicino fico. – Non fiatare – diceva Zi’micchio, – Non muoverti, altrimenti gli uccellini non si avvicinano. – Sì!, perché era proprio qualche passero o meglio un cardellino di passaggio che loro aspettavano con la speranza che, si avvicinasse, attirato dallo splendore dell’acqua al sole cocente di luglio. Le speranze di ‘ngappare qualche preda si affievolivano: il vento non sembrava favorirli, Giacomo cominciava ad annoiarsi ed a distrarsi, quando all’improvviso appariva un’ombra sull’orlo della buatta. Sembrava proprio che un cardellino con le piume gialle e rosse sotto il becco fosse venuto a farsi prendere. Il cuore batteva forte in gola a Giacomo, aveva cinque o sei anni e far male ad un esserino lo spaventava ed attirava al tempo stesso. Al pensiero di ciò che stava per capitare, gli faceva pena quell’uccelletto che beveva spensierato calando il becco in acqua e ingoiando ogni goccia con un rapido gesto del capo all’indietro. Lo voleva però, a cantare per lui, nella gabbietta già pronta con la porticina aperta e trattenuta dallo zio che lo incoraggiava sibilandogli nell’orecchio: – Tira!…Già, Tira!… – Rifletteva, immobile, ancora un attimo in preda all’ansia, finalmente deciso tirava il cordino e via di corsa a sollevare la chianca, sperando che il cardellino fosse caduto in acqua senza essere schiacciato dal peso della pietra. Trattenendo il fiato, sollevava la chianca e raccoglieva l’uccellino. Questo, pulsante di paura giaceva nella mano incerta e tremante di Giacomo; l’uccellino era ancora stordito dal colpo improvviso. – Che peccato, non è un cardellino. E’ solo un passerotto –. Zi’micchio contento dell’esito della caccia suggeriva: – Non importa, canterà anche lui il prossimo inverno e le giornate grigie saranno più allegre -. Con la sua stampella indicava la porticina aperta della gabbia e  diceva: – Non farlo volare via come il cardellino di ieri, mi raccomando!, Infilalo dentro con calma e mollalo subito, chiudi, vedrai: non scappa più -.

Durante l’inverno, nella casa di via Fiume, a Ceglie, oltre al passerotto che di tanto in tanto cinguettava, si facevano sentire anche la radio a transistor e il piccolo grammofono su cui giravano i dischi di twist. Tutti doni che il fratello Francesco, aveva portato con sé, tornando dalla Germania per qualche giorno di ferie. Lassù, aveva trovato lavoro, come tanti ragazzi della sua generazione. Nei giorni di sole, era piacevole passeggiare, abbascia a chiazza cupert, arrivare fino al pescivendolo per comprare le cozze del mar piccolo. Una piccola emozione era aprirle col coltellino, condirle con le gocce del limone appena comprato e mangiarle crude di nascosto della nonna: – Cosimo mi raccomando non mangiare le cozze crude e non darle a u piccinn, fanno male alla pancia -.

Venne febbraio e si portò via Cosimo. Fu il primo dolore di Giacomo che non riusciva a capire perché, quella notte, tutti stavano in piedi, non dormivano, mentre solo e stranito nel letto estraneo, della zia Addolorata dormiva a tratti. Svegliandosi, di tanto in tanto, udiva i pianti sommessi dei parenti. Si sentì stranamente adulto e senza lacrime quando seguì il funerale. Le note della banda che accompagnava il feretro gli sembravano inutili ed estranee come le persone che, ai lati delle strade, guardavano sommessi il breve corteo funebre. Quelle note grevi non avevano l’allegria di quei 45 giri suonati dal grammofono dello zio Micchio. Il giorno dopo volle essere li, in quella spoglia camera del cimitero, insieme a sua madre; se non l’avessero trattenuto avrebbe voluto pulire il naso allo zio, s’era raffreddato durante la notte ed aveva il moccio. Rimase sbalordito quando chiusero la cassa di zinco a martellate, i chiodi si conficcavano nel legno della cassa e gli portavano via il compagno di tanti giochi in campagna, fu allora che pianse e piange ancora ora che rilegge queste parole conservate così a lungo nella memoria.

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