din, don… Dan!

Peterson

80 anni battezzati il 9 gennaio… ma Dan Peterson dichiara che ancora oggi fa 20 minuti di tapis roulant alla mattina. La sua buona forma fisica la deve soprattutto a sua moglie che sa alimentarlo nel modo giusto. Comunque, quando gli anni vanno avanti, bisogna impegnare il più possibile il cervello. Infatti Dan fa sempre i cruciverba in inglese sul New York Times e in italiano sulla Settimana Enigmistica. Gli risulta molto difficile, ma sta migliorando tantissimo, dopo 40 anni di esercizio. Inoltre scrive, fa televisione, non riuscirebbe mai a smettere di lavorare e viaggiare. Riportiamo un’estratto d’intervista per conoscerlo meglio, ammesso che ce ne sia bisogno.

C’è qualche momento di vita, qualche insegnamento, che le è rimasto impresso?

«Le persone con cui ho lavorato, i miei capi, mi hanno spesso trasmesso esempi e messaggi importanti. Ne ricordo uno per tutti: ero in Cile, allenatore della nazionale, il presidente della federazione era Guillermo Rodriguez, un importante medico. Io cercavo, come sempre, di dare il massimo e spronare i miei ragazzi. Un bel giorno mi dice “Hei, Gringo (detto simpaticamente), sai qual è il problema? Tu sei abituato ad andare a 100 all’ora, noi siamo abituati ad andare a 10. Adesso stiamo andando tutti a 50 all’ora e nessuno è contento”. In quel momento ho imparato che ci vuole pazienza, l’imperativo è uno solo: ‘farsi amare’. Quella è stata per me una lezione di vita impartita con grande tatto e umanità».

“Non sono qui per insegnarvi a giocare a basket, sono qui per insegnarvi a lavorare in
allenamento”. Queste sono le parole che lei pronunciò nel ’73, durante il suo primo allenamento in Italia. Quanto conta per lei l’etica del lavoro?

«E’ tutto: poche parole, molta azione. Il mio credo è sempre stato la preparazione atletica, l’allenamento duro. I giocatori mi odiavano per questo. Nell’86-87 avevo in squadra il mitico Bob McAdoo e facevamo 45 minuti di atletica sul campo e McAdoo odiava farlo. Ma abbiamo vinto Coppa Italia, Scudetto e Coppa dei Campioni. Io mi ritiro e l’anno successivo la squadra, con McAdoo, Meneghin e D’Antoni perde lo scudetto. Ci ritroviamo una sera a cena, con le rispettive mogli e McAdoo mi dice: “Dan, sai perché non abbiamo vinto? Non abbiamo fatto le sedie”. Io infatti mettevo quattro sedie agli angoli del campo per questo allenamento. Queste per me sono le grandi soddisfazioni, che alla fine i giocatori si rendono conto che tutto questo lavoro duro rende».

E’ vero che il basket sta diventando molto più fisico? E’ un bene o un male?

«E’ vero, purtroppo. Io vorrei arbitraggi molto più severi. Quando cinque anni fa per mezza stagione ho allenato l’Olimpia ho trovato un basket molto più fisico, più difensivo, meno tecnico, meno veloce, più statico. Sicuramente molto meno bello da vedere. E non solo in Italia, anche negli States, dove io scrivo sui blog definendolo basket degli anni ’40. Pochissimi ragazzi oggi hanno il famoso tiro in sospensione, dove il giocatore va in aria e fa canestro. E’ stata la cosa più bella mai inventata e ora sta scomparendo».

Vince di più la squadra che ha la miglior difesa o il miglior attacco?

«Chi vuole far colpo con una frase a effetto dice che in attacco si vince la partita, in difesa si vince il campionato. In realtà servono entrambe. Io volevo una difesa semplice, famoso il nostro 1-3-1. Sembrava una cosa complicata vederla in campo, quasi la coreografia di un balletto alla Scala, invece era uno schema semplicissimo. Nella metà campo un uomo in punta, due sull’ala, uno centrale e l’altro in coda».

Mi è parso giusto omaggiare un uomo di sport e di vita in questo luogo dedicato alla memoria. Che ve ne pare?

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