Messapi

(foto Pinuccia Caliandro)

murorum ingentes reliquiae aliqui-bus in locis videntur, quas adhuc ne ip-sum quidem, quod omnia perdit tempus, nec coloni avidum genus ad omnia devastartela pervincere potuere…  (Galateo)

Sembrano in prigione, ma almeno possono essere parzialmente ammirate queste vestigia del nostro antico passato. Sono un tratto di mura messapiche venute alla luce recentemente. Esse ci ricordano i nostri antenati Messapi.

Talora identificati con gli Iapigi, i Messapi erano forse immigrati dall’Illiria agli inizi del 1° millennio a.C. La documentazione archeologica mostra l’esistenza, già alla fine del 9° sec. a.C., di rapporti con il mondo greco attestati dal rinvenimento di ceramiche mediogeometriche corinzie, cui si affiancano, nell’8° sec., importazioni attiche ed euboico-cicladiche; contemporaneamente si afferma la caratteristica ceramica locale, a decorazione geometrica dipinta. Rito funerario dominante è l’inumazione in posizione rannicchiata.

Non si sa bene da dove derivi il loro nome. Si pensa significhi “popolo tra due mari” dal greco antico Mesos (in mezzo) ap (all’acqua), essi infatti si erano stabiliti nella zona a sud della Puglia, tra il Mar Adriatico e lo Ionio. Si pensa anche voglia dire “domatori di cavalli” (equorum domitores,  come li definisce Virgilio);  infatti allevavano i cavalli.

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